Dove va l’aziendalismo italiano?

Lorenzo Caselli sul nuovo numero della rivista online impresaprogetto  apre una riflessione importante sul futuro dell’aziendalismo italiano,  con il passaggio generazionale in corso e la crescente apertura internazionale della disciplina. Mi fa piacere di vedere ripreso un argomento che ho sollevato in varie occasioni, adombrando i limiti dei rating che riguardano il mondo delle università e della ricerca scientifica:  “Mutatis mutandis le critiche che recentemente sono state rivolte alle agenzie di rating internazionali che valutano lo stato di salute economica e finanziaria dei diversi Paesi potrebbero in qualche misura valere anche per il nostro caso”.

Rating che producono opacità

 Tito Boeri interviene ripetutamente sui temi universitari riprendendo il recente libro di Perotti: boeri sull’università-1  –  boeri sull’università-2 che compie un’analisi cruda, rivelando nefandezze, ma propone poi i solidi rimedi incentrati sulle rilevazioni bibliometriche.

Boeri mi sembra più lucido quando analizza la crisi finanziaria (la repubblica -10 ottobre: il mercato senza fiducia). Tra  l’altro scrive: “…non ci si fida gli uni degli altri. Prima della crisi erano le agenzie di rating a trasmettere questa informazione. Sembravano più affidabili del giudizio del singolo banchiere sul grado di affidabilità del debitore. Paradossalmente questo ruolo crescente delle agenzie di rating ha reso i mercati finanziari sempre più opachi. Le banche di investimento si finanziavano emettendo strumenti di  finanziari sempre più complessi fatti apposta per ottenere rating positivi”.   Parole sante, ma perchè non devono valere anche per altre forme di rating come quelle che riguardano l’università, le scuole, i docenti?