La quarta cultura

 

Nel numero di Hamlet in uscita ho scritto: “Le tre culture che per ora dominano la teoria e la pratica dell’organizzazione sono quelle che enfatizzano i simboli della gerarchia, del mercato e delle relazioni sociali: tutte e tre guardano le cose dall’alto, o, al massimo, dai lati, mai comunque “dal basso”. Non ci si può quindi stupire se quando si dà voce a chi sta alla base emerge qualcosa di dissonante: una sorta di quarta cultura, che però non è un vera alternativa alle tre “ufficiali”. Si tratta forse di una non-cultura che assomiglia all’anomia cara ai sociologi classici. (…) Dove troviamo le tracce di questa situazione? In molti luoghi. Per esempio nella fortuna dei libri negativi sul lavoro e sui capi. O in quella di molti blog che si stanno diffondendo nella rete. O anche nei sondaggi Gallup che evidenziano la presenza di un buon 20% di lavoratori “attivamente disimpegnati” …”.

La cronaca di questi giorni ci offre un esempio riferito al personale di polizia:

 il blog dei cattivi poliziotti , acab  

    Qui la quarta cultura riempie un vuoto di espressione e di comunicazione: la prima, quella gerarchica e delle regole, e la seconda, quella delle relazioni sociali, sono improntate a criteri troppo astratti che non bastano a orientare i comportamenti nelle situazioni critiche; la terza, quella del mercato e del confronto esterno non è sviluppata in un contesto di servizi in monopolio; dal fallimento delle prime 3 culture emerge così la quarta cultura, sommersa e negativa, quasi nichilista. Ma tutto ciò sottende un grande problema organizzativo e di management, che per ora non si affronta. E che non riguarda solo lo stato.