L’inglese degli ingegneri

Unesco, Accademia dei Lincei, Accademia dellaCrusca, Società Dante Alighieri figurano tra i promotori del Convegno Lingua Cultura Libertà che ha discusso criticamente la decisione del Politecnico di Milano di tenere esclusivamente in lingua inglese i corsi di laurea magistrale.

Il rettore Giovanni Azzone aveva spiegato questa scelta sostenendo che gli studenti italiani «avranno, oltre alle competenze più scientifiche, anche un’apertura culturale internazionale. Perché un ragazzo che si affaccia al mondo del lavoro deve abituarsi a lavorare in contesti internazionali» . E poi, in questo modo, si attraggono «studenti stranieri, un valore aggiunto per il nostro paese. L’Italia ha una forte attrattiva culturale, ma anche una barriera, la conoscenza limitata della lingua: insegnando in inglese attraiamo tutte quelle persone interessate alla cultura italiana». Insomma, dice Azzone, «è indispensabile innovare insieme alle imprese e per farlo è necessario attrarre e trattenere capitale umano di qualità».

Credo che si sbaglierebbe però  considerando questa discussione  solo nell’ottica della contrapposizione tra schieramenti di diverso segno: da una parte starebbero gli innovatori, aperti al mondo, e dall’altra i conservatori, attaccati a una tradizione che ci condannerebbe al declino; oppure, secondo una opposta visione, da una parte i fautori di una tecnicizzazione dell’università che cede alle mode indotte dalla globalizzazione e dall’altra i sostenitori dei valori umanistici della nostra cultura e della loro valenza anche per lo sviluppo del sapere scientifico.

Potrebbe essere l’occasione invece, per chi forma figure chiave per il mondo professionale e dell’impresa come ingegneri e architetti, di riflettere sul linguaggio che si usa in questi mondi (al di là della lingua formale), sulle modalità per influenzarlo nell’ottica anche dell’innovazione, sui rischi di una eccessiva omologazione.

George Steiner nel suo classico “After Babel” trova ragioni persuasive  per la molteplicità delle lingue e suggerisce che “la forza costruttiva della lingua nella concettualizzazione del mondo ha avuto un ruolo cruciale nella sopravvivenza dell’uomo …”. Se è vero che “ogni lingua umana traccia una diversa planimetria del mondo”, si deve alla “miracolosa capacità delle grammatiche a  generare realtà alternative, frasi ipotetiche e, soprattutto, i tempi del futuro” la possibilità data alla nostra specie “di  sperare, di proiettarsi ben al di là dell’estinzione dell’individuo” e alla fine di “perdurare, e perdurare creativamente”.

Il nesso tra  la ricchezza e diversità linguistica e l’innovazione sociale ed economica merita di essere esplorato con maggiore profondità in relazione alla cultura dell’impresa e delle moderne professioni da parte delle  università che formano la classe dirigente del futuro. I riferimenti frequenti a concetti come il “capitale umano di qualità” evidenziano i limiti di linguaggio che riguardano le stesse istituzioni formative più moderne e internazionalizzate …

Le parole contano

La storia e il linguaggio contano: come mostra l’approccio all’economia di deirdre mccloskey :  che nei suoi interventi come quello a EGOS 2011:  editorials  non risparmia critiche impietose alla mainstream degli economisti:

The progress of economic science has been seriously damaged. You can’t believe anything that comes out of [it]. Not a word. It is all nonsense, which future generations of economists are going to have to do all over again. Most of what appears in the best journals of economics is unscientific rubbish. I find this unspeakably sad. All my friends, my dear, dear friends in economics, have been wasting their time….They are vigorous, difficult, demanding activities, like hard chess problems. But they are worthless as science.

The physicist Richard Feynman called such activities Cargo Cult Science….By “cargo cult” he meant that they looked like science, had all that hard math and statistics, plenty of long words; but actual science, actual inquiry into the world, was not going on. I am afraid that my science of economics has come to the same point.

— (Deirdre McCloskey, The Secret Sins of Economics (2002), 41, 55f)[4]

Povertà di linguaggio

Nelle aziende, nelle organizzazioni in genere, si parla male e questo indebolisce il contesto relazionale. Ciò riguarda molto spesso i capi, come ci ricorda qualche recente indagine. linguaggio-dei-capi  –  listaBBC

Anche il linguaggio – parlato e scritto – è manifestazione della qualità. Non dovremmo dimenticarcene nelle istituzioni formative anche quando ci si occupa di temi professionali.