Utili ai lavoratori

La proposta di Tremonti di  istituzionalizzare forme di partecipazione dei lavoratori agli utili di impresa sta suscitando dibattito. Il Sole 24 ore pubblica un intervento a favore di  michel martone e uno contro di roberto perotti .

E’ significativo forse ricordare che una logica di questo tipo è coerente con l’insegnamento dei maestri italiani dell’Economia aziendale come Zappa, Onida, Masini. Quest’ultimo in particolare considerava la retribuzione integrativa dei lavoratori (in pratica l’assegnazione annuale di una quota dell’utile) come  componente normale dell’equazione economica dell’impresa, del sistema dei valori economici e quindi in pratica del suo bilancio di periodo.  Questo faceva parte dell’insegnamento economico aziendale impartito in Boccon negli anni ’60, ’70 ed anche ’80. Successivamente  queste teorie sono state ritenute poco realistiche e si è assistito al prevalere dell’ideologia dello shareholder value, portata avanti a volte con eccessiva sicurezza e poca concessione al dubbio sotto la spinta di tendenze internazionali concepite come manifestazioni di una verità oggettiva. La tradizione dei nostri studi aziendali si è quindi almeno in parte persa.  Abbiamo visto nell’ultimo anno dove ha portato la dottrina dello shareholder value.  E’ buffo che ora tornino attuali impostazioni che parevano condannnate al dimenticatoio. Lasciando perdere ragionamenti di tipo politico, si dovrebbe forse  riflettere sul fatto che proposte di questo tipo emergano da una cultura di tipo giuridico e siano tendenzialmente rigettate dalla cultura economica.

La casa resistente dell’etica

In questa fase in cui la crisi favorisce nuovi ragionamenti può essere stimolante cercare di  applicare al contesto economico il pensiero di un filosofo e teologo come Vito Mancuso : per lui (Il Foglio, 7 luglio 2008), la “casa resistente dell’etica” ha bisogno di fondarsi sulla terra ferma della realtà, sulla ricerca della verità. –  v. articolo: la forza di nietzche 
 In tutti i campi edulcorare la realtà non serve e tradisce la tensione etica.  L’economia e l’impresa sono manifestazioni della forza del mondo, sono realtà potenti di trasformazione che investono tutte le sfere della vita sociale. Il modo giusto per riavviare un ragionamento etico in relazione all’economia è forse quello di fare uno sforzo per ritornare ai fondamentali. In tempi di crisi, l’etica d’impresa non può  configurarsi come un ulteriore gravame, un adempimento aggiuntivo, un tributo da assolvere. La vera etica deve rispondere alla fisiologia d’impresa, al rispetto di esigenze fondamentali che corrispondono a requisiti di corretto funzionamento del sistema economico e sociale complessivo – si veda anche l’articolo : Al mondo è necessario l’imperio della forza

Manager e imprenditori

In questo articolo gabrielli critica la colpevolizzazione dei manager che si sta realizzando e che anche piero ostellino profila nel suo editoriale:           imprenditori_avanti_senza_carita_di_stato

Per ora L’Italia sembra meno interessata di altri paesi da questi fenomeni di  critica sociale  Da noi prevalgono ancora gli imprenditori, e i manager non sono ancora un gruppo sociale molto forte; ma la responsabilità è un fatto personale, può essere giusto cambiare le regole ma non lo è certamente colpevolizzare intere categorie soprattutto quando non hanno un peso particolare negli assetti di potere reale.

L’impresa del futuro

Il nuovo global ceo study di ibm, produce una serie di documenti interessanti:

ceo-workforce  ;  global-ceo-study  ; making-change

Secondo IBM l’impresa del futuro è “affamata di cambiamento” ma per ora i ceo non sono soddisfatti di come questo viene affrontato:

“Our research with practitioners revealed practical insights about closing
the change gap – including the insight that soft, people-related
factors typically present greater challenges than hard, technology related
factors that are typically easier to identify and measure”.
 
 

 

Oltre l’impresa

E’ uscito presso Bruno Mondadori il nuovo libro di Renato Ruffini: oltre l’impresa : come la cultura d’azienda genera cambiamento sociale.  Ruffini sviluppa l’assunto che la cultura aziendalista è chiamata ad aumentare una presenza critica nelle istituzioni e nella società contribuendo ad interpretare le questioni con cui il nostro paese si confronta. In questa linea di pensiero il libro pone il problema di come incentivare le imprese alla creazione di un profitto “responsabile” e di lungo periodo… occorre ricercare “forme di regolazione sociale delle imprese attraverso corrette azioni di mercato”: per questo serve una cittadinaza attiva e uno Stato efficiente.

Ritorno all’impresa?

E’ uscito in edicola (con Il sole 24 ore) il numero di Hamlet di novembre (n. 5, 2008) dedicato al Made in Italy e aperto da un interrogativo sul “ritorno all’impresa?” Vi compaiono significative interviste a Giorgio De Michelis e Sebastiano Bagnara: quest’ultimo analizza le caratteristiche che fanno dell’Italia un “ambiente di apprendimento”

Telecom e l’innovazione

 L ‘intervista di bernabé a Nova è tutta centrata sull’innovazione e le sue conseguenze per la cultura organizzativa, anche in Telecom:

“Un tempo l’innovazione era il privilegio dei grandi centri di ricerca. I Bell Labs, lo Xerox Parc… Discendeva da quei centri. Oggi nasce ai margini del sistema, è imprevedibile, emerge dal basso, da piccole aziende, dai consumatori stessi. Questo impone un cambiamento anche nel contributo di Telecom Italia. Certo, noi portiamo la connettività, ma il valore viene da chi la usa per innovare: ebbene, dobbiamo fornire strumenti per abilitare i clienti e le aziende che innovano a esprimere tutto il loro valore. E, di conseguenza, a sfruttare al meglio la connettività che esiste». ….
“La logica non è più quella delle diverse parrocchie,ma un lavoro di squadra, interno ed esterno, per aumentare il valore complessivo. Gli strumenti di cooperative working, da soli, restano lettera morta se non cambia il modo di operare. Abbiamo aperto in azienda dei blog per interrogarci tutti insieme su cosa possa essere Telecom nel 2015. Riceviamo suggerimenti e creiamo una cultura di partecipazione, di autonomia di pensiero al servizio della squadra. Non più “yes man”, efficaci quando si compete solo sui costi, ma persone che si mettono in gioco»

La banalità del cambiamento

IBM mette a disposizione i risultati dell’edizione 2008 del Global CEO study: gli oltre 1000 capi azienda di tutto il mondo intervistati dallo studio dicono che l’impresa del futuro fa del cambiamento la sua nuova routine. Per questo, di fronte a un ambiente sempre più volatile,occorre la guida di forti valori d’impresa: ceo_report

E’ interessante, ma anche un po’ ripetitivo, a noi italiani non può non venire in mente la filosofia del Gattopardo, che a suo modo accettava il cambiamento stando ben saldo nei propri valori.