I compiti dell’università

In occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Roma 2 Tor Vergata, la prolusione  di  ivano dionigi  su Notum e Novum è iniziata chiedendo  “Come mai nell’era del web planetario e del maximum dei mezzi di comunicazione, minima è la comprensione, e la parola non riesce a tener dietro alla cosa?”.

Dionigi ha richiamato come “l’Università, una delle istituzioni più prestigiose e più credibili del Paese che ha il privilegio di dare del tu alla storia, ha oggi una responsabilità supplementare, non riducibile a codificata ed esangue mission. I suoi maestri, i suoi uomini di pensiero, noi professori siamo chiamati a professare (profiteri) l’etica della competenza, vale a dire il sapere e i saperi nel segno dell’affascinare (delectare), insegnare (docere), mobilitare (movere); e l’etica del rigore intellettuale e morale, che non si concilia con la doxa rumorosa, la chiacchiera imperante, il facile consenso”.

E in questo senso ha indicato “due compiti tra i principali e più urgenti”:

– “In primo luogo quello di ricordare la bellezza, la prerogativa e il potere della parola: quel logos, che ci caratterizza”

– Il secondo: “promuovere un’alleanza naturale e necessaria tra humanities e
tecnologie all’insegna dell’unicità della cultura e pluralità dei linguaggi”.

L’angelo e il demone

L’opera seicentesca del pittore calabrese  Francesco Cozza  san-michele-arcangelo-in-lotta-con-il-demonio è stata scoperta in una chiesa romana solo nel 2008, dopo essere stata per tanto tempo ignorata e anche volontariamente occultata: “soprattutto la tanto terrificante e realistica immagine di Lucifero, straripante “ignudo” di matrice michelangiolesca, aveva indotto i Confratelli del Carmine degli inizi del Novecento addirittura a danneggiarla e celarla dietro la più rassicurante immagine di ‘santa Teresina’ “. Cozza contrappone una immagine “fredda” dell’arcangelo (il bene) contro una “calda” e vitale del demonio (il male), fa in modo che le due figure non abbiano alcun punto di contatto e offre a quest’ultimo un volto giovanile e attraente. Una visione inquietante e spiazzante sotto tanti aspetti, per esempio se letta alla luce del rapporto e contrasto tra razionalità e vitalità.

La funzione culturale dell’Università

La relazione del rettore Ornaghi all’inaugurazione della Cattolica merita ancora attenzione, dopo qualche mese, per le domande poste riguardo alla funzione culturale dell’università, al di là delle contingenze attuali. Si riportano alcuni passaggi:

“La funzione culturale dell’Università comincia a indebolirsi, e l’essenza stessa dell’Università si smarrisce o snatura, quando la prospettiva dello Studium generale diventa poco più che una parola del passato, talvolta anche per chi negli Atenei e per gli Atenei vive e lavora. Non sono gli eventi collocati alla superficie dei cambiamenti in corso ad allontanarci sempre più dall’essenza dell’Università; né il comprensibile svolgimento e l’accentuata divaricazione delle specializzazioni disciplinari; né, infine, il diverso grado con cui le ricerche in alcuni campi sono oggi socialmente più utili di altre, o tali vengono considerate dalle convinzioni e convenzioni più diffuse: le ricerche su come renderci più belli o esteticamente meno sgradevoli sono certamente più interessanti, e attraenti da finanziare, rispetto a qualsiasi seria indagine che abbia per oggetto il più o meno recente passato. Siamo noi, nelle nostre Università, a non praticare più lo Studium generale, a non credere nella sua capacità di saper produrre ciò che per il presente e il domani è davvero nuovo e utile.

L’infiacchirsi dell’idea di Studium generale consegue – o, più probabilmente, vi si lega in stretta interdipendenza – al declinare dell’idea di humanitas, quale architrave di ogni forma di sapere, di una ‘visione umanistica’ quale componente indispensabile affinché ogni passo in avanti della conoscenza scientifica sia autenticamente un suo progresso.

siamo davvero sicuri che l’Università debba soltanto offrire una formazione a domande e aspettative ‘date’ (spesso date genericamente, troppo condizionate dai bisogni del presente e assai incerte su quelli del futuro), o non invece essa stessa debba contribuire a formare un’offerta che crei la domanda più appropriata, a cui poi fornire la risposta più competente e utile? È solo rafforzando la sua funzione culturale che, a me sembra, l’Università può contribuire con successo a una tale offerta. Ma è soprattutto non smarrendo la sua natura di Studium generale che l’Università può preparare non semplicemente professionisti più o meno in grado di rincorrere le esigenze delle diverse forme dei ‘mercati’, con le loro spesso impreviste fluttuazioni, bensì professionisti capaci – almeno in una loro quota significativa – di essere componenti attivi delle future classi dirigenti. Quando la formazione universitaria si sganciasse ancora di più da quell’humanitas, da quel fondamento umanistico a cui tuttora tende uno Studium generale, non conosciamo ancora bene che cosa il Paese e noi guadagneremmo. Sappiamo però, con certezza, che cosa per sempre perderemmo.

Riflettere sull’essenza dell’Università, sulle sue funzioni ancora indispensabili, sul nesso fra didattica e ricerca, significa volere e saper pensare – anche nei frangenti di questi mesi – al domani incombente di questa nostra Istituzione. Ed è proprio il domani dell’Università, quello immediato e quello meno vicino, che soprattutto ci deve stare a cuore.

Proprio perché è il domani dell’Università che soprattutto ci deve stare a cuore, l’‘essenza’ dell’Università – la sua ‘idea’ – andrà salvaguardata e, auspicabilmente, promossa e rafforzata. Per farlo, occorre da subito bloccare e rovesciare quel processo per cui – da ormai troppo tempo – il pluralismo degli Atenei è costretto a cedere il passo a un’omologazione forzata, a una crescente ingessatura amministrativo-burocratica, a una massiccia irreggimentazione dentro requisiti e criteri (anche di valutazione, certamente) che, più che mirare a una reale qualità, talvolta rispecchiano soltanto o l’apparente neutralità dei numeri o, peggio ancora, standard di giudizio di cui – se l’occhio è allenato a osservare con prospettiva storica lo svolgimento della conoscenza scientifica e delle scienze – facilmente prevedibile è la volatilità”.