I compiti dell’università

In occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Roma 2 Tor Vergata, la prolusione  di  ivano dionigi  su Notum e Novum è iniziata chiedendo  “Come mai nell’era del web planetario e del maximum dei mezzi di comunicazione, minima è la comprensione, e la parola non riesce a tener dietro alla cosa?”.

Dionigi ha richiamato come “l’Università, una delle istituzioni più prestigiose e più credibili del Paese che ha il privilegio di dare del tu alla storia, ha oggi una responsabilità supplementare, non riducibile a codificata ed esangue mission. I suoi maestri, i suoi uomini di pensiero, noi professori siamo chiamati a professare (profiteri) l’etica della competenza, vale a dire il sapere e i saperi nel segno dell’affascinare (delectare), insegnare (docere), mobilitare (movere); e l’etica del rigore intellettuale e morale, che non si concilia con la doxa rumorosa, la chiacchiera imperante, il facile consenso”.

E in questo senso ha indicato “due compiti tra i principali e più urgenti”:

– “In primo luogo quello di ricordare la bellezza, la prerogativa e il potere della parola: quel logos, che ci caratterizza”

– Il secondo: “promuovere un’alleanza naturale e necessaria tra humanities e
tecnologie all’insegna dell’unicità della cultura e pluralità dei linguaggi”.

I Millennials e il senso del Purpose

Dai cosiddetti Millennials, i giovani entrati nel mondo del lavoro dopo il 2000, le aziende si aspettano molto, soprattutto la spinta alla trasformazione digitale; ma, come gallup avverte, c’è un problema: “only slightly more than a third of millennial workers strongly agree that the mission or purpose of their organization makes them feel their job is important”. Non basta qualche bella frase sui siti web per tramettere il senso del purpose, tanto meno per questi potenziali innovatori

Il ritorno del fondatore

L’intervista di leonardo del vecchio  al Corriere della Sera ripropone la dialettica tra imprenditore e manager, questa volta su  una frontiera particolarmente avanzata, come quella di Luxottica.

Interessante però anche la rinuncia all’ “uomo solo al comando”: «Penso a un presidente all’anglosassone di grande esperienza e prestigio, non esecutivo e garante in consiglio di una gestione operativa suddivisa tra funzioni chiave e i manager di riferimento, come fosse un allenatore con la sua squadra, e con un capitano che gioca assieme agli altri».

I lavori manageriali “innaturali”

In questo post Henry Mintzberg illustra la differenza tra lvori manageriali   natural & unnatural  una distinzione poco considerata da chi progetta le organizzazioni, ma in realtà molto importante; ci sono unità che hanno una consistenza anche fisica, di immediata identificazione che richiedono un riferimento di responsabilità; ad esempio, nel non profit una scuola, una parrocchia, un ospedale; certi accorpamenti di strutture simili in aree più vaste configurano qualcosa di innaturale destinato a creare scompensi con responsabili  sovraccarichi di lavori che non riescono a svolgere oppure troppo svuotati di compiti reali.

 

Alzare lo sguardo, ampliare i fini dell’impresa

L’amico Giorgio Invernizzi ha commentato l’enciclica Laudato Si’ dl punto di vista delle implicazioni per l’impresa: Invernizzi-laudato  ravvisando le tre “denunce”: 1. Del potere tecnocratico 2. Della finanziarizzazione dell’economia 3. Della miopia della proprietà privata e del mercato. E individuando quindi le tre “sollecitazioni” nel senso di: 1. alzare lo sguardo: 2. responsabilità piena nei confronti dell’azienda 3. cambiamento dei processi decisionali correnti.

Dipingere le guerre vinte lo sanno fare tutti

Nella mostra in corso a Pavia sui pittori  Macchiaioli  è presente questo dipinto di Stefano Ussi  la cacciata del Duca di Atene da Firenze  episodio divenuto emblematico di lotta contro la tirannia, ma in realtà letto in questo modo molto tempo dopo forzando nettamente la realtà storica. Il quadro è interessante perché riesce ad evidenziare al centro della scena l’incertezza spaesata del presunto tiranno; ma soprattutto l’ambiguo atteggiamento dei personaggi che assistono (consigliano?) e stanno dietro a Gualtieri di Brienne nell’atto che pone fine alla sua breve esperienza di podestà di Firenze, chiamato da fuori per risolvere una crisi  finanziaria ma soprattutto di distruttiva lotta tra fazioni. Il podestà straniero, presto deluso nelle sue aspettative di valorizzare la propria neutralità,  potrebbe essere preso a simbolo della debolezza della leadership sempre esposta, al di là dei caratteri personali, al gioco politico che gli sta dietro e all’intorno e che è la vera cosa interessante; non a caso, una delle menti dei macchiaioli, il pittore Telemaco Signorini ha scritto efficacemente che “dipingere le guerre vinte lo sanno fare tutti”;  l’arte e la narrativa, ma anche l’analisi sociologica, danno il meglio quando indagano i retroscena e fuggono dalla tentazione di celebrare le imprese di successo.